10/07/2009
Un Caffè
Un caffè
Mi svegliai con la netta sensazione di essere stata sfiorata da una mano leggera. La stanza era buia e le tapparelle ben serrate lasciavano trapelare ben poco, mi allungai cercando l’interruttore del lume sul comodino, ma nulla.
Sicuramente il temporale, che durante la notte si era abbattuto sulla città, aveva mandato in tilt l’impianto elettrico.
Al solito le luci di emergenza non erano entrate in funzione, mi arrabbiai mentalmente con la mia proverbiale pigrizia che non mi aveva fatto controllare l’efficienza del lavoro svolto dal tecnico.
Mi era bastato sentirgli dire – Signurì, tutto a posto, potete stare tranquilla! -
Avevo da poco passato gli anta, per cui toccata nella mia vanità…
Ancora mi sentii sfiorata, un brivido mi percosse tutta, non era paura ma stupore e curiosità, era come se quella mano mi incitasse ad alzarmi.
Vinsi le ultime titubanze e con uno strattone sollevai le coperte, era fatta.
Inciampai nel libro buttato sul pavimento la sera prima, compagno fedele delle mie notti insonni, - Cribbio! Il disordine non paga! -
Ma si sa, pigrizia e disordine vanno di pari passo. – Che osservazioni profonde di prima mattina! –
Per evitare che il mio cervello andasse in tilt, con altre considerazioni di questo tipo, concentrai la mia attenzione sul motivo che mi aveva fatto svegliare, andai quindi verso la finestra e finalmente fu luce, mi stiracchiai e decisi di fare un giro di perlustrazione, - Possibile che quella mano fosse frutto di un sogno? - Due secondi ed oplà, nulla di che.
Occupavo l’appartamento lasciatomi in eredità dai miei, molto dell’arredo anni 50 me li ricordava, un po’ per scelta, un po’ perché avevo rimandato sempre il momento di disfarmene.
Questo faceva sì che la mia abitazione assomigliasse ad un bazar e che ,in fondo, rispecchiasse molto del mio modo di essere, imprevedibile.
Riflessiva, emotiva, con una vena di malinconia, all’improvviso mi trasformavo in una donna del nostro tempo, dinamica e propositiva.
Velocemente mi lavai e spazzolai i capelli, infilai i soliti jeans e maglietta e in un attimo fui fuori.
Del resto la sola cosa che avevo in mente era il desiderio di un caffè, ma non quello anonimo della mia cucina, bensì del mio bar preferito “Il Bar dell’Opera”, sorrisi a quel pensiero, visto che non ci tornavo da immemorabile tempo, in parole povere, da una vita!
Quel bar faceva parte del ricordo di un tempo felice, dove il caffè era l’occasione per stare insieme agli amici, ridere spensierati, giocare con le parole, prendersi in giro, incazzarsi e far pace in un baleno, parlare di politica perché no, ma così senza troppa convinzione, destra, sinistra, centro, non era importante, ciò che importava era il confronto e quella calda tazzina di caffè fra le mani.
Il bar non era molto lontano, circa 15 minuti di passo veloce e sarei stata lì, ero ansiosa, curiosa, unica sicurezza quella mano che sentivo ancora posata sulla mia spalla.
Ora ero tranquilla, arrivata in prossimità del bar l’aroma della desiderata bevanda mi avvolse, la porta a vetri lasciava intravedere gli avventori, uomini e donne di ogni età con un’unica prerogativa in comune, la fretta.
Entrai.
La sensazione che ne ebbi fu quella di una moderna sinfonia fatta di voci, trilli di cellulari impazziti, tintinnii di tazzine e cucchiaini, dove spiccava l’assolo del barman – Caffè pronto per i Signori! –
All’interno l’arredo era rimasto lo stesso, c’era ancora il bancone in radica di noce con il piano in marmo nero che faceva bella mostra di sé, sulla parete di fronte la bacheca con foto e autografi di personaggi di rilievo che negli anni avevano frequentato il bar e gustato il caffè preparato da “Ciccio”.
Mi avvicinai alla cassa – Un caffè e…potrei prenderlo nella saletta? –
La ragazza addetta al servizio mi dette un’occhiata e fra l’incuriosito e lo stupito disse – Prego! Se a lei non dispiace quella accozzaglia di ventenni scalmanati, c’è ancora qualche tavolino libero. -
Accennai un sorriso e mi diressi verso la saletta, non prima però di informarmi come e quando avessero rilevato il locale di Ciccio Di Bello.
La ragazza con un tono di voce che senza dubbio tradiva un grande orgoglio disse:
- Signora, io sono sua nipote, quando il nonno ha passato a me la conduzione del locale si è fatto promettere che avrei mantenuto integro il suo interno, affinché il cliente si sentisse
sempre a casa, – continuando.. - Lei cosa ne pensa? -
Mi accomodai cercando di assumere un atteggiamento il più naturale possibile, ma riproponendomi di riflettere e rispondere con calma.
I ragazzi presi nei loro discorsi, intenti a scambiarsi c.d. e pacche sulle spalle non fecero caso a me, mentre un signore, dall’apparente mia stessa età, sollevò il capo distogliendo lo sguardo dal quotidiano aperto alla pagina sportiva e mi si rivolse dicendo: - - Mai stata qui? Io sono un abitudinario, sono trent’anni che ogni giorno vi ritorno nella speranza di ritrovare un’amica -.
Lo guardai incuriosita, se davvero così fosse stato avrei dovuto riconoscerlo, trent’anni prima praticamente ci vivevo in quel bar.
- Piacere, Marco – e allungò la mano verso di me – Piacere! Al contrario, io manco da allora. – Il solito pappagallo da strapazzo, – pensai.
Non ero certo lì per fare amicizia con nessuno, ma forse i miei occhi tradivano la solitudine che mi portavo dentro.
Decisi che sarebbe stato meglio ignorarlo e farmi credere oltremodo impegnata.
Trafficai nella borsa, presi il cellulare e chiamai Loredana, la ragazza che si occupava
del mio negozio di arredamento in mia assenza.
In effetti, di cose da fare ne avevo, ma tutto poteva aspettare.
Dovevo riprendere le redini della mia vita.
Finalmente mi ero presa un periodo di meritata vacanza, era passato oltre un anno da quando avevo chiuso il capitolo matrimonio, era stata una scelta fatta in assoluta serenità, senza troppi traumi.
In fondo non avevamo figli, svolgevamo due attività indipendenti e soprattutto, per tutti questi anni, avevo continuato ad usare la casa dei miei genitori come luogo di studio per i miei progetti di lavoro e, cosa essenziale, come fosse una specie di oasi di pace dove ritrovare le mie radici.
Non era stato perciò difficile tornare a vivere lì stabilmente.
Presi l’agenda e cominciai a stilare un elenco delle priorità, sollevai gli occhi e Marco mi fissava.
IL SUO SGUARDO MI INNERVOSIVA!!!.
Meccanicamente presi il pacchetto delle sigarette e stavo per accendermene una quando mi ricordai del divieto.
Tutto era contro di me, Marco accennò un sorriso, in quel momento lo odiai, era la tipica
espressione del fumatore che aveva smesso e provava un sottile piacere a osservare il disagio di chi il vizio non lo aveva perso ed ero in piena crisi di astinenza.
Cercai di giustificarmi, - Ho smesso, ma ogni tanto mi piace far finta di accenderne una. -
Ringraziai di avere una carnagione scura, questo faceva sì che il rosso fuoco, dovuto alla menzogna, non accendesse le mie gote, non avevo mai imparato a mentire e tra l’altro non sapevo bene qual era il motivo per cui lo stavo facendo.
- Sì.. QUEL UOMO MI INNERVOSIVA! - Chi era? Che ci faceva seduto lì a quell’ora in tutta tranquillità? –
Decisi di giocare a capirne di più.
Calzava un paio di mocassini neri per cui pensai che sicuramente amava la comodità o che faceva lunghi percorsi a piedi, - forse era un agente di commercio? –
L’abito grigio chiaro era di buona fattura e la camicia poi che sembrava essere stata scelta per far pandan con i suoi occhi azzurri, mi facevano pensare ad una persona di buon gusto.
Le mani erano curate, non portava la fede…
- forse era un medico? Uhm! No, non poteva, il tipo di borsa che aveva posato sulla sedia al suo fianco me lo faceva escludere.
Brancolavo nel buio!
– Età? –
I capelli tutti bianchi ed un paio di baffi sale e pepe non potevano darmi indicazioni, forse 50…
- Ma come ti chiami? Non me lo hai detto? –
Sobbalzai, mi sentivo come un bimbo pescato con le mani nella marmellata.
- Solitamente non mi chiamo, sono gli altri a farlo! –
Lui posò il giornale e.. – Se pensi che ci stia provando…era solo per scambiare due chiacchiere, in fondo io..ehm!! Te l’ho detto!-
- Senti bello, non sono abituata a dare le mie generalità agli estranei e poi ehm! Cosa? -
- E’ che…
- Che…che….- incalzai.
- Nulla, nulla –
- E no! Non puoi dirmi nulla, che modo di agire è questo? –
- Ok, mi ricordi qualcuno, una persona conosciuta tanto tempo fa - e così facendo strinse le labbra.
- Non era possibile, quella smorfia, che tenerezza! La sensazione provata era la stessa della mano, ero davvero sconvolta, sgranai gli occhi, - ma chi era? -
Fummo interrotti dall’arrivo provvidenziale della cameriera che chiese – Caffè? –
All’unisono rispondemmo – Caffè in tazza calda, grazie! –
Scoppiammo in una fragorosa risata, il tempo sembrò fare un salto all’indietro e aggiunsi – Sono Mirella Santamato e Marco Tavolati, giusto? –
Per non so quale strano gioco del destino il mancato caffè di trentenni prima, oggi ci aveva riuniti.
L’anonima mano si era materializzata in quella di Marco che ora stringeva la mia con tenerezza incredibile ed in un attimo lo smarrimento e la solitudine che avevano contraddistinto la mia vita scomparve.
All’arrivo dei caffè dissi – Signorina, alla sua domanda rispondo ora, penso di essere finalmente a Casa! -
Odristella
15:19 Scritto da: odristella in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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Pensieri
Pensieri
Vorrei poter dire che va tutto bene,
che tutto fila liscio come l'olio,
ma non è così, tutto va a rotoli.
Allora diventiamo palle e all’occorrenza cubi,
per rallentare la nostra corsa.
Lasciamoci rotolare e sballottare a destra e a manca,
prima o poi un porto sicuro arriverà anche per noi e
l’inquietudine che ci attanaglia si placherà.
Odristella
14:39 Scritto da: odristella in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Non lo saprà mai
Non lo saprà mai
- Ciao, m o f? -
All’improvviso si è aperta una finestra e questa domanda imperativa mi lascia perplessa.
M’innervosisco, ma rispondo – sono una donna - e continuo dicendogli che - francamente, una domanda così implica di sicuro un cattivo approccio. - Dall’altra parte uno smile ed un timido – scusa, sono da poco in chat e non tutti hanno nickname rispondenti al loro sesso, - gli rispondo - ok, solitamente non parlo in pvt, ma posso darti dieci minuti per farmi cambiare idea: interessi particolari, hobby o semplicemente raccontami del perché sei in chat. -
- Avevo bisogno di comunicare con qualcuno, mi sento solo, - gli rispondo - la chat può in qualche modo aiutare, a sentirsi meno soli, ma ha anche risvolti negativi, non bisognerebbe mai prendere per oro colato ciò che viene scritto, perciò forse è meglio mantenersi sul generale per evitare delusioni o coinvolgimenti. –
- Hai ragione, scusami se ti ho disturbato, ciao! - Ehiiiii! - Lo rincorro con la tastiera, -aspetta non andare, era solo un consiglio spassionato - il nick scompare, io mi sento un verme. Resto ferma davanti al monitor, forse se fossi stata meno razionale avrei potuto rendergli meno dura la sua solitudine, non so nulla di lui, come fare a rintracciarlo?
Un nick anonimo ha lasciato dentro di me un segno, peccato che lui non lo saprà mai.
Odristella
14:21 Scritto da: odristella in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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